Corriere della sera – Gli adulti non sopportano il dolore degli adolescenti

Set 15, 2026 | Notizie

Condividiamo l’articolo de “La Lettura” del Corriere della Sera, scritto da Teresa Ciabatti, che recensisce l’ultimo libro di Matteo Lancini, A volte ti amo, edito da Einaudi e in libreria dal 22 settembre.

Gli adulti non sopportano il dolore degli adolescenti – 13/09/2026
Lo psicologo Matteo Lancini analizza i sentimenti tra i ragazzi in questa era post-narcisistica. A essere fragili – anzi fragilissimi – non sono loro, bensì i grandi: allergici a paura, rabbia e tristezza, hanno soppresso le emozioni dei giovani.

«Già da ben prima della diffusione dello smartphone, nella popolazione italiana il corpo dei bambini e degli adolescenti è stato sequestrato dall’angoscia di ruolo di mamme e papà», scrive Matteo Lancini nel suo nuovo libro A volte ti amo (Einaudi).
Il corrispettivo letterario di questa metafora è Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, dove il bambino sequestrato è stato rapito e nascosto in una buca dal padre del bambino che lo salva. Da scrittore Ammaniti immagina che i bambini si salvino da soli, da psicologo Lancini conduce gli adulti alla buca, e li fa sporgere.
Non esistono spettatori, neppure innocenti. Esiste una società, esiste un’epoca.
La nostra è l’epoca postnarcisistica la definisce Lancini. Immediatamente successiva all’epoca narcisistica che segue la romantica.
Quello di Lancini è il racconto di un’evoluzione che sconfessa le teorie semplicistiche sul disagio giovanile (il Covid, lo smartphone). É proprio l’evoluzione dei ruoli e dei rapporti a ribaltare il paradigma dei giovani troppo protetti perché bambini ai quali non è stato posto alcun divieto. I figli non sono fragili, sono gli adulti a essere fragilissimi, tanto da non sopportare il dolore dei ragazzi, neppure «l’espressione delle emozioni primarie, con una particolare allergia per quelle che più infastidiscono e preoccupano, cioè la tristezza, la paura e la rabbia».
Ma cos’è un mondo che sopprime la tristezza e la paura? Cosa produce un mondo che nega la rabbia?
«I bambini e gli adolescenti oggi sono costretti a stare in superficie perché la profondità e l’intensità delle emozioni della vita che vivono disturbano enormemente i propri adulti di riferimento — i quali poi accusano le nuove generazioni di anestesia emotiva».
Così Lancini smaschera le risposte degli adulti su come affrontare le difficoltà dei ragazzi (vedi le lunghe discussioni sulla violenza giovanile), risposte che non sono altro che il protrarsi del sequestro del corpo, una rassicurazione agli adulti stessi — di nuovo la buca, di nuovo il tentativo di Lancini di far sporgere gli adulti.
Alla luce di questo: che tipo di coppia possono realizzare i figli dell’epoса роstnarcisistica? E ancora: come gli adulti condizionano la loro capacità di relazionarsi?

A volte ti amo libera bambini e adolescenti — dalla buca, dalla colpa — rendendo gli adulti partecipi. Il che significa allargare il discorso alla società; di più: mettere al centro la trasformazione intesa come una catena di causa e effetto sociale — non familiare. In un quadro, insomma, che coinvolge tutte le figure di riferimento.

A volte ti amo narra una storia collettiva che contiene storie individuali: da quelle dei ragazzi fino a quella dell’autore — bellissime le aperture sulla madre.
Nel gesto di includere tutti, l’autore include anche sé stesso, e il libro diventa racconto sentimentale, narrazione alla Oliver Sacks: allora Sabrina, 16 anni, in crisi con Luca, il ragazzo con cui sta da nove mesi, che con le sue premure la fa sentire ingabbiata. Sabrina che supera l’impasse iniziando a frequentare un altro ragazzo, Martino, l’opposto di Luca, un «malessere». Sabrina che, nelle relazioni parallele, trova l’equilibrio, «un bilanciamento irrinunciabile per umore e stato affettivo». E Alberto, 17 anni, che si porta dall’infanzia un senso di solitudine — figlio di genitori sì presenti, ma incapaci di accettare le debolezze del figlio. Alberto fidanzato da due anni con Gaia: due anni vissuti tra geolocalizzazione e in contatto continuo. «Siamo in presenza di inedite forme di insicurezza maschile e femminile. Condividere geolocalizzazione e password rappresenta molto bene la complessità e le contraddizioni del vivere odierno, del concetto di “coppia”: sentirsi sempre vicini, prendersi cura dell’altro a distanza, ma allo stesso tempo controllarlo, verificare che non abbia intenzione di andarsene via, di rivolgersi ad altri interessi, di dedicarsi ad altri progetti» scrive Lancini.

Nuove ipotesi di coppia insomma che prevedono interazioni inedite come la situationship («ci stiamo frequentando»), una specie di tempo di prova. Il ghosting, e il gaslighting.
A ben vedere modi già esistenti che però nel presente rispondono a esigenze profondamente diverse dal passato.
Ecco il punto fondamentale: non guardare alle forme attuali con parametri vecchi, non valutare i figli riportandoli a noi, alla nostra giovinezza.
Allora il «patriarcato» come motivo di ogni sopraffazione maschile rischia di risultare una semplificazione avulsa dall’oggi finendo per allontanare le responsabilità, o quanto meno limitarla a chi ha compiuto l’atto senza ragionare sul contesto appunto, mettendo in salvo gli adulti, sempre loro.
L’analisi di Matteo Lancini non è mai un’asserzione, tantomeno un’interpretazione rigida, piuttosto una possibilità di sguardo adulto che interessa l’intera società e la sua storia.
Un’estensione di spazio e di tempo dall’epoca romantica a questa postnarcisistica con relative critiche e lodi. Dell’epoca romantica bisognerebbe recuperare l’idea di «una genitorialità condivisa e una comunità educante che riteneva che i figli degli altri contassero almeno quanto i propri».

Da qui l’invito agli adulti ad allargare l’orizzonte, ad ammettere i propri limiti emotivi: abbiamo insegnato agli adolescenti a diffidare dalla dipendenza affettiva, col divieto assoluto di manifestare i sentimenti negativi. Li abbiamo amputati, abbiamo tolto loro l’ombra, la terza dimensione — i social e gli smartphone, nella lettura di Lancini, non sono la causa, bensì il mezzo che meglio soddisfa la necessità di essere pensati e ammirati, «essere visti è tutto».
A volte ti amo è un libro illuminante, spietato e pieno di tenerezza per i ragazzi, e persino per gli adulti inabili, purché sappiano vedersi.
È una chiave interpretativa potentissima che rimette in gioco tutti — affinché il bambino nella buca possa essere salvato anche dagli stessi adulti che lo hanno sequestrato.
Una storia di conquiste e perdite – tema che inevitabilmente diventa politico a partire da una verità schiacciante: «Non si cresce più per trasgressione ma per delusione».
Si cresce per delusione.
Non è forse questo di per sé il trauma di un’intera generazione?

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